الجمعة، 26 سبتمبر 2008

Like the moon

Like the moon,
He does not care that some one awaits his coming.
And like the moon,
He does not announce his appearance or prepare for it.
Stealthily, if you are not attentive, he rises up
Gradually,
Without showing off, or preludes
From behind the pink mountains on the other side of the sea ,
A reddish orange disc
Laying down a reddish orange path
Breaking the darkness,
Flirting with my toes by the water edge,
Inviting me without invitation for crossing.
I throw myself onto the path, enchanted.
He rises, I swim.
And in the middle of the path, he withdraws his light.
My breath disrupts, and I flail around.
And like the moon,
He is a non-luminous planet
That does not illuminate unless the sun reflects her light on him
And, by turn, he reflects her light.
But originally, he is non luminous.
And in Arabic, the sun is feminine and the moon is masculine.

unfinshed project

I saw it all. It was after we came back from the crazy horse bar after mid night. My aunt went bare foot to speak with our Indian neighbor, my father went to his American partner's apartment to look for Deborah and I went to sleep. I think it was early morning when my father jumped out of his bed and found Deborah and my friend Nicolas together in the apartment of his partner smoking joint. He kept beating both of them and I couldn't interfere because I was afraid he would beat me too. My aunt was sleeping on a matrice on the floor of the reception hall. She got up and stood to my father. She didn't know what was going on but she saw the drops of blood . my father slapped her too and pushed her away. She fell back to the floor. I couldn't do anything. I was afraid of my father. My sister went to bed, my friend ran away and my aunt stayed in the terrace facing the see and cried until the sun rose. She kept repeating " why.. why". I had to take her inside and put her in bed. I held her hand tightly and we both slept.

It took me sometime to call merit aunt. I couldn't understand that thing which both of them called connection in a previous life. But somehow, I could also feel it. So one day I woke up and found my self greeting her" good morning aunt merit blue monkey". She was so happy and hugged me and kissed my hair.

We were awakened by strong knocks on the door. The police. Nicolas wrote a report against my father. The police asked my aunt. She said it's a family matter. My father settled it with Nicolas and my friend withdrew his report. My aunt walked around the house like she was asleep, collecting her things. She packed and left without a word. And nobody tried to stop her.

She disappeared from my life as suddenly as she appeared.

Years later, she explained to me. "life gave your father a sister, and he didn't respect what life gave to him. Life claims back her gift". I tried to comfort her and said that it was just a fight. She said, " no." " he slapped me on the 3 points where I can reach him, my mouth, my heart, my ass. He did it with hatred and not out of anger. He hated me for the power I have and he has not".

Il sogno e la favola

Il sogno e la favola
Mona Prince
Trad. Marianna Massa

Il primo giorno Apollo avvera la condizione che spingerà Ayn a andare a Siwa.
Quando scorge segni di irritazione sul suo volto la penetra col suo organo. Ayn non si aspetta che un coreano così alto possa avere un organo così piccolo, più piccolo di un suo dito.
Li lascia entrambi a giocare col proprio corpo senza provare quell’eccitamento che spesso aveva immaginato.
“Basta”. Li scosta entrambi con i piedi. Sollevano la testa cercando una spiegazione.
“Il gioco è finito”. Ayn si alza.
I due uomini si guardano e scoppiano a ridere ripetendo la sentenza di Ayn. Lei ride con loro.

Il secondo giorno Apollo sfiderà il genio. Metterà un sasso sulla strada perché ci passino sopra le ruote sinistre della macchina a velocità estrema. Il genio potrà ammazzarlo o diventare suo schiavo. Ayn si farà trascinare dagli strani desideri di Apollo, lasciandosi condurre dietro la zona oscura dentro di lei, dietro il suo demone.
Il saggio coreano invece rifiuterà di prendere parte all’impresa, restando come un assistente arbitro in una partita di calcio.

Apollo al posto di guida si lancia in una febbricitante ricerca di risposte ipotetiche a domande universali. Ayn accanto a lui sfida l’oscurità col suo cuore.
Apollo vince la scommessa e la macchina non si ribalta.
Nel piccolo albergo dove pernottano, Ayn chiede ad Apollo se vuole che entri. Scuote la testa in segno di dissenso. “Preferisco morire a modo mio” risponde e poi le chiede se vuole che entri in lei. Lei dice di sì. Così fa, ma non arriva al punto in cui le fa male e non riesce a liberare quella parte di sé che Ayn è abituata ad accogliere.

Il terzo giorno Hayun sta in piedi sul ciglio della strada esitando a salire in macchina, Ayn guarda intensamente Apollo negli occhi. “Allora non vuoi sbarazzarti del dolore una volta per tutte?” dice lui guardandola negli occhi con la stessa intensità. Non aspetta la risposta e sfreccia per l’ultima volta a estrema velocità.

Ayn osserverà le luci della macchina sballottate nell’oscurità. Ascolterà le proprie grida frapporsi a un unico grido che irromperà nel rumore metallico della macchina. “Ah!” quando andrà a sbattere, “Diid” sull’asfalto “Ait” una volta, “Maaiiii” due volte, “uaiiii” tre volte…
Lei e Hayun scapperanno via di corsa a estrema velocità. Ayn sentirà il cuore batterle all’impazzata tra le costole. Arriveranno laddove si sarà ribaltata la macchina l’ultima volta prima di raddrizzarsi e prima che la voce di Frank Sinatra si sia messa a tacere.

Gli sportelli sono aperti e Apollo è accasciato con la faccia sul volante.

Ayn gli solleva la testa e scoppia a ridere. Apollo mostra la lingua lunga al genio e negli occhi aperti gli si legge la certezza della vittoria. Non ha perso denti. Non ha un graffio, né una goccia di sangue. Ayn si rende conto che la sua risata si sta trasformando in pianto solo quando Hayun la tira fuori dalla macchina. Ma lei torna indietro e prende con al sua bocca la lingua di Apollo, poi dice la parola che con tanta insistenza Apollo voleva sentirle dire. Ora che era morto, la dice liberamente: “Ti amo Apollo”.
“Cosa facciamo adesso? Avvertiamo la polizia o lo seppelliamo qui?” chiede Hayun a Ayn.
“Apollo voleva essere cremato” dice Ayn ricordando un vecchio desiderio di Apollo: che le sue ceneri venissero sparse nel Mar Rosso a Dahab.
“Ma ha scelto di morire qui. Non credi?”. Ayn ci pensa un po’ su poi, ricordando l’ultima frase che le aveva detto, risponde “Sì. Credo che volesse morire qui”. Voleva che Ayn restasse con lui? O era Ayn che voleva andare con lui. Sospira profondamente mentre dice “Scaviamo la sua fossa qui, almeno non sarà solo ma sarà con gli altri morti di questa montagna”.
Iniziano a scavare con le mani. Poi si dirigono alla macchina e cercano qualcosa per aiutarsi. Staccano la lamiera che pende dalla parte posteriore e ricominciano.
Ayn ride improvvisamente, Hayun le chiede perché. Ayn agita la lamiera per aria e dice: “Ad Apollo piacevano molto le parti posteriori ed ecco che gli scaviamo la fossa con la lamiera posteriore di una macchina”.
Finiscono di scavare poco prima dell’alba. Ayn bacia Apollo sulla bocca per l’ultima volta, poi lo posano nella fossa. Ayn ricorda l’organo di plastica che Apollo non abbandonava mai. Torna alla macchina e lo tira fuori dalla sua borsa. Lo mette tra le gambe di Apollo e, dopo essersi assicurata che è tutto a posto, dice “Ora interriamolo”.
Riempiono la fossa di terra. Hayun contrassegna il luogo col nome di Apollo in coreano ai piedi della montagna dei morti. Poi estraggono i loro oggetti a fatica da ciò che restava della macchina e si incamminano come spettri erranti verso la fermata dell’autobus.
E Ali verrà, e andrà.
Verrà e andrà.
E tutte le volte gli chiederò
Fino a quando continuerà a stare in questa terra di mezzo
Fino a quando resterà al confine
Tra il qui e il lì
E tutte le volte lui volgerà la faccia da un’altra parte
Né qui né lì
E dirà, noi non ci vedremo
Allora scuoterò la testa in segno di dissenso e dirò, non sparire
E tutte le volte mi chiederò quando tornerà da me per davvero
E aspetterò.

Finchè non torna
Sinceramente
E raggiunge l’utero che ha smesso di raggiungere da tanto tempo
Lascia andare il desiderio di anni
Si moltiplicano le lacrime di una gioia libera dal dolore
Tremo come l’anima che si unisce allo Spirito Santo
Aumentano miei gemiti, i miei singhiozzi
Mi racchiude dentro di lui / dentro di me
E gli cedo l’anima soddisfatta.

Poi va.
È veramente tornato?
È tornato qui o lì?
Scopro che il qui è illusione e il lì è realtà

Ma lui torna.
Qui. Da me.

Mi abbandono a lui
E mi affida al suo spirito
Raggiunge l’utero dal principio
Libera il desiderio suo malgrado
Libera il dolore chiuso dentro di me
Il dolore storico che mi porto da tempi passati
Tremo come l’anima che si unisce allo Spirito Santo
Ali verrà, e andrà
E tutte le volte gli dirò
È qui che voglio essere
Tra le tue braccia
Tutta la vita, e ancora.

Ali verrà, e andrà
E tutte le volte gli dirò
“Potrei morire ora
Soddisfatta
Di aver vissuto col tuo amore
Senza compromettere la tua unicità.”

Poi…
Giunge la notizia nel sonno
Mentre lei dorme tra le sue braccia
Persone arrivano da posti diversi
Chiedono della sposa del profeta
Altre persone indicano da lontano

Veglia ancora i pascoli nel deserto
Superano la timidezza
Lei alza lo sguardo
Legge la notizia sui loro volti sconcertati
Prima che la annunci uno di loro
Il profeta è morto.

Si risveglia dal sonno, sente le braccia che hanno iniziato a raffreddarsi
La notizia le rimbomba nelle orecchie
Il profeta è morto.

Non si getta polvere tra i capelli
Non si straccia le vesti e non si picchia sul petto.
Si toglie di dosso le braccia ormai completamente fredde,
si alza
e decide di cominciare da capo.

Una donna vive nei pressi della tomba del marito
Veste un tela bianca e attende il sorgere del sole
Sparge violette al mattino
E chiede a Dio alla sera
Il tempo non ha ancora avuto pietà?
Non ha ancora avuto pietà
Il tempo lungo
Lungo, lungo
E in una notte di luna piena
Si illumina la tomba
Al suono di un nome l’uomo esce
Giovane come non era mai stato
La prende per mano
Si illumina il suo voltò e sorride
giovane come non era mai stata.

Trois valises pour partir


Sur le fond de guerre en Iraq, Mona Prince plonge dans l'univers de sa génération pour révéler le dilemme d'être à la fois à l'écart de ce qui se passe et en plein dedans. Nous publions un extrait de son roman Trois Valises pour partir, publié dans la revue de La pensée de Midi.
Trois valises pour partir
Au début de l'année, le téléphone a sonné peu avant l'aube. C'était Abderrahmane. L'Iraq venait d'être bombardé. Je n'ai pas compris. Comme si j'avais brusquement perdu la parole, j'ai ouvert la bouche pour dire quelque chose et je n'ai pas réussi ; elle est restée ouverte un moment, puis je l'ai refermée.
J'ai reposé le combiné et me suis assise sur mon siège, les yeux au plafond. J'ai bien fermé la fenêtre et éteint la lumière. Puis, je me suis assise par terre en tailleur, la main sur la joue. Je suis restée comme ça jusqu'au lever du jour. J'aurais voulu courir pieds nus à travers les rues … Mais je ne pouvais pas. Ma mère a frappé à la porte de ma chambre ; elle n'avait pas encore écouté les informations. Elle m'a regardée par terre d'un air de reproche. Elle a fait : « Le petit déjeuner est prêt ». J'ai répondu : « L'Iraq vient d'être bombardé ».
Je suis partie en voiture sillonner la ville. La brume enveloppait les immeubles, les arbres et les rues, je n'y voyais rien. J'ai allumé la radio et tendu l'oreille. La speakerine a annoncé le déclenchement de l'agression américano-internationale et légitime contre l'Iraq, l'élève rebelle. Ainsi débutait la guerre du Golfe, comme on se plaît à dire en Orient. Tempête du désert. Le bulletin d'informations s'achève, suivi de l'hymne à la grande nation … Le rêve effondré.
« Ma patrie, ma chère et grande patrie, plus glorieuse jour après jour
Victoire après victoire, elle grandit et se libère,
Ma patrie, ma patrie … ».
Impossible d'écouter cet hymne utopique à un moment pareil. De quelle patrie parle-t-on ? De quelles gloires, de quelles victoires ?
Le rêve … Tout le rêve des générations qui nous ont précédés, jusqu'au début des années 1970. Il en restait quelques bribes pour notre génération, jusqu'à cet instant-là. Nés et élevés dedans. Et voilà qu'il s'évanouit à jamais devant nos yeux, pour rejoindre les vestiges du passé, des temps anciens. Chimères … Pourra-t-on encore parler du nationalisme arabe à nos enfants à l'école ?
Le rêve …
Effondré. Le mot est bien trop faible pour dire ce qui vient de se passer. Un euphémisme.
Révolu. Cela ne rend pas le sens.
C'est comme si j'avais passé ma vie à vénérer un dieu, à l'honorer, me sacrifier pour lui, pour découvrir ensuite qu'il n'y avait pas le moindre dieu, que ce n'était qu'une illusion que j'avais rêvée, personnifiée, et qui venait de me trahir.
Le rêve.
Comment avait-il osé … ?
J'ai éteint la radio et j'ai laissé la voiture me conduire jusque chez Abderrahmane. Il était sur le balcon, regardant le ciel d'un air consterné.
Il m'a ouvert la porte et est entré dans la cuisine. Je l'ai suivi et l'ai regardé faire le café. Nous étions debout devant le réchaud, silencieux, les yeux fixés sur le café qui se mit à déborder sans qu'on s'en aperçoive.
Je l'ai laissé et suis sortie sur le balcon, cherchant quelque chose dans l'espace voilé. Un chien aboyait à côté dans un terrain vague où poussaient des herbes dont personne ne se souciait. Un enfant jambes et pieds nus est sorti en pleurant par le portail d'un immeuble. Son pied s'enfonce dans un trou … Il tombe … Ses pleurs redoublent … Il essuie ses yeux de sa main sale. Mon regard le suit vers le terrain vague et le chien. Ses aboiements diminuent et son corps se dresse à la vue de l'enfant.
Je pousse un grand soupir, espérant qu'il atteindra le ciel et que Dieu l'entendra. Où est-il en ce moment ? Est-il content de ce qui se passe ? Et s'il n'est pas content, pourquoi est-ce arrivé ?
Je suis retourné au salon. Abderrahmane était assis et regardait le mur en face de lui. J'ai pris le mégot qui menaçait de brûler entre ses doigts et l'ai éteint dans le cendrier où les mégots entassés formaient un monticule tortueux.
Je me suis assise sur une chaise face à lui et je l'ai observé. Son visage était creusé de rides profonds que je n'avais jamais vus. Il était très mat ; il n'était pas comme ça avant.
— Abderrahmane …
Il ne m'entendait pas. Il n'a pas levé les yeux du point qu'il fixait.
— Abderrahmane …
Soudain, sa voix a retenti : « Rien à faire … Rien à faire ». Puis, il a jeté la tête en arrière et fermé les yeux en continuant à marmonner : « Rien à faire ».
— Abderrahmane … J'ai besoin de toi.
Mes larmes ont commencé à couler malgré moi, puis à ruisseler. Je sanglotais.
— Abderrahmane …
Je me suis agenouillée près de lui et j'ai enfoui ma tête dans sa poitrine. Il est resté immobile. Puis ses doigts se sont enfoncés dans mes cheveux, tout doucement, et je me suis calmée un peu. J'ai levé la tête. Il gardait les yeux fermés. J'ai touché ses lèvres ; elles étaient mortes. D'un coup il m'a relevée et s'est mis debout. Je me suis agrippée à lui. Nous sommes allés au lit. Il m'a serrée contre lui sans regarder mes yeux qui l'imploraient. Il a essayé, essayé … En vain. Nous sommes restés silencieux.
Etrange. Ce n'était pas la première fois que nous avions des rapports sans parvenir à rien. Ce qui était surprenant, c'était la façon dont je m'élançais vers lui, haletante, comme s'il était mon sauveur, mon salut. Nos rencontres étaient à sens unique. Je n'étais jamais en phase avec lui. Je le prenais comme une mère prend son nouveau-né, comme l'enfant que je n'ai pas encore eu. Il s'est levé en me laissant derrière lui, tête baissée. J'ai séché mes larmes, enfilé mes habits, et je l'ai suivi. Nous sommes sortis dans la rue, observant les visages atterrés, pleins de stupeur ou d'hébétude.
— Quel idiot, il n'a pas su calculer son coup.
— Tu crois qu'ils l'auraient laissé calculer son coup ? Tôt ou tard, ils l'auraient attaqué.
Les mots trébuchaient sur nos lèvres. Nous nous sommes tus.
Il fallait faire quelque chose. J'avais commencé à m'engager politiquement avec mes camarades. Nous décidâmes d'organiser une marche de protestation à l'université après la fin des vacances de la mi-année, qui avaient duré plus d'un mois, en prévision de ce qu'ils appelaient les conspirations étudiantes. Certains étudiants connus pour leurs activités politiques avaient été arrêtés, ainsi que les agitateurs présumés de l'université, par mesure de sécurité.
C'était le premier lundi après les vacances. Mes camarades et moi sommes sortis de la faculté de lettres pour rejoindre un autre groupe sur le chemin de la faculté de droit. Nous nous sommes mis en rangs avec nos banderoles.
Non à l'invasion du Koweït
Non à une intervention américaine dans le monde arabe.
Non au sionisme.
Jérusalem, ville arabe.
J'étais à l'avant avec Samira, Soha et Safaa. A nos côtés, Youssef, Ali, et Ossama. Youssef menait la marche ; à l'époque, lui aussi était concerné par les affaires de son pays.
L'université ferma ses portes, comme toujours lorsque se produisaient des événements portant atteinte à la sécurité de l'université et de l'Egypte, comme déclara un officier de la sécurité. Les gardes avec leurs talkies-walkies étaient prêts à intervenir, de sorte que si les choses évoluaient, à Dieu ne plaise, les forces de la Sûreté centrale seraient là en quelques secondes pour répondre à l'attaque scélérate lancée par les gosiers des étudiants.
J'étais surprise, même si cela ne m'étonne plus aujourd'hui de voir que la plupart des étudiants ne s'intéressaient plus à ce qui arrivait à leur pays ni à eux-mêmes. Les yeux bandés, ils étaient occupés, ou faisaient semblant, à voyager et faire des fêtes … Je les maudissais - aujourd'hui j'ai pitié' d'eux. J'ai détournai le visage et me suis mise à entonner avec les autres, Pays, mon pays, à toi mon cœur et mon amour.
C'était la première fois que je prenais part à une manifestation étudiante, que je me mêlais à la foule avec mes camarades. Ma relation avec Abderrahmane, et avant ça avec Sanjay, m'avait éloignée de tout le reste. J'étais un peu comme ces étudiants que je venais de maudire. Et comme c'était la première fois, je ne me doutais pas des conséquences.
Après la manifestati, nous sommes montés à notre département. Je fus stupéfaite d'apprendre que Samira, Youssef et moi étions renvoyés de l'université. Ce n'était pas nouveau pour Youssef, qui avait déjà été renvoyé et emprisonné, mais Samira et moi n'avions jamais connu ça. Nous sommes descendues ensemble voir le responsable pour lui demander des explications.
— Je vous ai renvoyées parce que vous avez perturbé les cours et saccagé des plantes qui nous ont coûté cinq cents livres.
— Nous n'avons pas marché sur les plantes, ai-je rétorqué, ni perturbé les cours. Vos étudiants passent leur temps à organiser des fêtes et des excursions et à vendre des billets.
— Ce que vous avez fait est une haute trahison, ce n'est pas un renvoi que vous méritez. C'est la peine capitale.
J'ai failli m'exclamer de colère. Samira m'a fait les gros yeux. Le responsable l'a regardée en disant : « Et en plus, ça porte du rouge. Communiste ! ».
Samira s'est montrée surprise et lui a demandé ce que cela voulait dire. J'ai bien aimé sa repartie, qui a mis fin à la conversation.
Nous avons été exclues pour un mois. Je ne l'ai pas dit tout de suite à mes parents. Mon père était au Caire, je ne voulais pas le contrarier ou l'inquiéter. Et puis je savais très bien qu'il ne me soutiendrait pas, parce qu'il était partisan du Occupe-toi de tes affaires. Comme si mes affaires étaient distinctes de celles de la société.
Ce jour-là, je suis rentrée chez moi. Je n'ai parlé à personne. Je suis rentrée dans ma chambre et l'ai arpentée de long en large jusqu'à l'heure du dîner. Puis je suis sortie et j'ai raconté ce qui s'est passé. « Ne te mêle pas à ces histoires ma fille, occupe-toi de tes affaires. Ce que vous faites là ne sert à rien. Untel a assisté à une manifestation il y a cinquante ans ; jusqu'à aujourd'hui, chaque fois qu'il se passe quelque chose il se fait arrêter … Pourquoi t'attirer des ennuis, et à nous aussi … Tu vas te faire malmener pour rien. Vous n'arriverez à rien ».
Je me suis enfuie dans ma chambre, m'abritant entre ses murs sourds. J'ai appelé Abderrahmane et lui ai raconté …
— Ils ont raison, tu feras mieux de les écouter.
Sa réponse me consterna. Comment, lui, pouvait-il dire une chose pareille.
J'ai mis fin à la conversation et reposé le combiné, me frappant une paume contre l'autre. Ils ont raison, tu feras mieux de les écouter …
Nous n'avons rien pu changer. Et nous sommes encore là à piétiner sur des chemins brumeux. Est-ce qu'ils avaient raison ? Nous sommes-nous trompés ?
Des questions, encore des questions.
(…)
Abderrahmane m'a téléphoné un peu plus tard. Il voulait me voir. Je n'en avais pas envie, mais j'y suis allée quand même. Il n'allait pas bien. Je lui ai fait quelque chose à manger. Puis j'ai commencé à lui faire un café.
— Le café a débordé, ai-je dit en me libérant de son étreinte.
J'ai entrepris d'en refaire un. Mais il ne m'a pas laissé faire. M'attrapant par le bras, il m'a entraînée dans sa chambre et a jeté le poids de son corps chaud et fébrile sur mon corps inerte. J'ai senti que je le haïssais. Que je ne le supportais pas. Je ne sais pas si cela m'a prise brusquement ou si c'était une accumulation de choses qui se révélaient là, à cet instant.
J'avais la nausée ? Je me suis mise à vomir en pleurant.
Je l'ai laissé là et je suis allée au bord du Nil, mon refuge, mon sanctuaire.
Traduit de l'arabe par Stéphanie Dujols.

قصر نظر رائع

قصر نظر رائع بطريقة أخرى
منى برنس

مقدمة أولى:
يدفعني إلى كتابة هذا النص – النص الجميل – "قصر نظر رائع" لنورا أمين والذي ذكرني على الفور ببدايات قصر نظري المشوشة.
مقدمة ثانية:
كان من الممكن ألا أصاب بقصر النظر مبكراً إذا كانت قد واتتني الشجاعة لإخبار أبي بالحقيقة في الوقت المناسب.. لكنني خجلت.
الحكاية:
كنت تلميذة في الصف الخامس الإبتدائي في مدرسة مشتركة.. طفلة في التاسعة من العمر، كثيرة الحركة ورغاية.. لذلك كنت أحب الجلوس في الصف الأخير في الفصل حتى يسهل اختفائي عن أعين المدرسين خاصة وأنني قصيرة لكن أسامة كان دائماً يجلس في أول صف لأن نظره ضعيف ويلبس نظارة – أنا وأسامة كنا دائماً نتكلم مع بعض بين الحصص وبعضها.. أول ما جرس الحصة يضرب يقفز من على الأدراج الأخرى حتى يصل إلى الصف الذي أجلس به فنبدأ الكلام واللعب والشجار.. كنا دائماً نلعب ملك وكتابة والأسماء, وكثيرا ماً كنا نتخانق على الأسماء خاصة لما يكون اسم مشترك لولد وبنت في نفس الوقت زي تيسير مثلاً .لكن اللعبة المفضلة والتي كنا نلعبها في الفسحة هي لعبة عريس وعروسة, كنت بحب جداً هذه اللعبة أنا وأسامة.. عريس وعروسة وبقية الفصل يزفنا. كان كل بنت لها عريس والأولاد الزيادة كانوا بيتفرجوا علينا أو يأنججوا بعض وكل يوم نزف اتنين ونغني اتمخطري يا زينة.. وندق على الكتب والكراريس أو على الأدراج إذا كنا في الفصل. في الأول, المدرسين كانوا بيتفرجوا علينا ويضحكوا. بعد كده بقوا يزعقوا لنا ويقولوا دي قلة أدب.
" أنت يا بنت يا قليلة الأدب إنت.. إيه اللي بتعمليه ده؟"
زعقت لي أنا مع أن أسامة هو اللي باسني مش أنا.
نظرت الى أسامة.. كان ينظر إلى الأرض ووجهه أحمر جداً.
شدتني الميس من ذراعي وهددتني.
" لو شفتك بتعملي كده تاني هوديكي للناظرة وهقول لباباكي.. فاهمة."
من ساعتها لم نلعب لعبة العريس والعروسة. لكن كنت طول الوقت بعتبر نفسي عروسة أسامة.. وجدت نفسي أحبه بالفعل.. ولأنه يرتدي نظارة ولأنني أحبه وأريد أن أشبهه وأن أقترب منه أكثر، كان يجب، هكذا فكرت، أن ألبس نظارة مثله.. ولكن كيف... في الأول, قلت لمدرسة الفصل, ميس آمال مدرسة الإنجليزي, أنني أريد أن أجلس في الأمام جنب أسامة لأنني لا أرى جيداً من الخلف.. لم تصدقني.

" بس أنا فعلاً ما بشوفش.. بشوف الحاجة اتنين بشوف كل حرف حرفين وعيني بتوجعني.".
لم يكن نظري ضعيفاً على الإطلاق.. ولست أدري كيف ومتى نبت هذا الرد في رأسي لكن من المؤكد أن تأثيره كان قوياً جداً لدرجة أن ميس آمال أخذتني إلى الناظرة وقالت لها استدعي ولي أمرها.. البنت بتقول إنها بتشوف الحاجة اتنين.. سألتني الناظرة إذا كان هذا الكلام صحيحاً.. أومأت برأسي وبدأت أبكي. ظنت الناظرة أن ذلك يعود إلى قلقي على عيني فحاولت تهدئتي.. لكن الحقيقة هي أنني خفت جداً لأني لم أتوقع أن يصل الموضوع لبابا. كل ما أردته هو أن أجلس في الصف الأمامي جنب أسامة. ظننت أن ميس آمال سوف تفعل ذلك لأنها تحبني.. لكنها بدلاً من ذلك أخذتني للناظرة كي تخبرها بحالة نظري.. ربما فعلت ذلك بدافع الحب أيضا..ً لكن أن يصل الخبر لأبي حسناً.. ليكن.. لا يمكنني التراجع الآن.. كما أنني أريد أن ألبس نظارة مثل أسامة.. ليخبروا أبي إذن.
عندما أتى أبي في نهاية اليوم لاصطحابي إلى البيت فوجيء هذه المرة بميس آمال تقف معي في انتظاره. أخبرته أن عندي مشكلة في النظر وأنه على حسب كلامي بشوف الحاجة اتنين.. طيلة الحديث كنت أنظر للأرض ليس تأدباً مني ولكن خوفاً من أن يبين كذبي على وجهي. فقد كدت أضحك عندما رددت ميس آمال كلماتي وهي منفعلة جداً محاولة التأثير على أبي.. أبي لا يحتاج ذلك.
" طب ما قلتيش ليه يا بنتي قبل كده."
سألني ونحن في الطريق إلى البيت.
" ما أنا أصل.. أصل ما كنتش متأكدة."
" وأمتى الحالة دي بدأت ؟ "
" أ.أ.. من يومين كده.. لقيت عيني بتوجعني و.. وبعدين لقيت نفسي بشوف الحاجة اتنين".
أخذني أبي للطبيب مباشرة في نفس اليوم.
" البنت بتقول إنها بتشوف كل حاجة اتنين.."
بدا الطبيب مندهشاً .. نظر إليّ ملياً ومتسائلاً.. فكان لابد طبعاً أن أؤكد كلام أبي فأسرعت أقول ببراءة وبانزعاج في نفس الوقت.." أيوه يا دكتور أنا بشوف الحاجة اتنين.." ظل الطبيب مندهشاً.
أمرني بالجلوس على ذلك الكرسي المواجه للمرآة المعكوسة عليها لوحة العلامات المضاءة بالفلورسنت. أمرني أن أضع كفي على عيني اليسرى. فعلت. أشار بعصاه إلى العلامة الأولى, أكبر علامة. نظر إلي لبرهة قصيرة ثم سألني.. ها الفتحة فين؟ ضيقت عيني وبربشت قليلاً وبعد جهد جهيد قلت " شمال.. لأ.. لأ تحت.. مش عارفة.." العلامة كانت شمال لكن يجب أن أثبت عماي من أول علامة حتى لا يكون هناك مفر من ارتداء النظارة فأجلس جنب أسامة . أشار الطبيب إلى بضع علامات أخرى.. عكستهم كلهم تماماً حتى يئس الطبيب وأخبر والدي أن نظري ستة على ستين وأنه يجب أن أرتدي النظارة الطبية على طول وألا أخلعها مطلقاً إلا عند النوم فقط. لم أفهم ماذا يعني الرقم ستة على ستين هذا. كل ما فهمته هو أنني سأرتدي نظارة وأصبح مثل أسامة. كتمت فرحتي خوفاً من أن يشك أبي في.
أخذني أبي في نفس اليوم في المساء لشراء إطار النظارة وعمل العدسات اللازمة. اخترت إطاراً زيتي اللون عدساته تميل للإستطالة.. عندما أنظر إليه الآن أتساءل كيف اخترت إطاراً بهذا الغباء لكنني في ذلك الحين لم يكن يهمني سوى أن ألبس نظارة.. أي نظارة.
لبست النظارة. لا أرى بوضوح. ثبتها جيداً على أنفي وفركت عيني.. لا أرى جيداً. دفعتها أكثر قرب عيني.. الأشياء تهتز أمامي.
" هاه شايفه كويس دلوقت؟"
سألني أبي.
" آ.. شايفه كويس أوي طبعاً. ياه أنا شايفه كويس خالص."
مكثت طوال الطريق أبحلق فيه وأتحسسه ويدي متشبثة بيد أبي. ورغم أننا كنا نسير في شوارع وسط البلد الأكثر استواء من غيرها إلا أنني كنت أراها طالعة نازلة من خلال زجاج نظارتي. خلعت النظارة. صرخ أبي " إلبسي النظارة الدكتور قال ما تخلعيهاش خالص طول ما أنت صاحية."
" أصلها مضايقة ودني."
قلت وأنا أنظر للأرض بسرعة أحاول أن أحفظ خطوطها قبل أن تهتز ثانية وأبدأ في التحسيس.
أول ما وصلت البيت دخلت غرفتي, أخذت نفساً عميقاً وخلعتها. أردت أن أريح عيني قليلاً.. وجلست أبحلق في السقف.. وأتخيل ما سيقوله أسامة غداً.. لابد أنها ستعجبه فيحبني أكثر ويتجوزني بجد.
المفاجأة كانت عندما ذهبت إلى المدرسة صباح اليوم التالي.. جريت بعرض الحوش.. اتكعبلت في الزلط.. تخبطت في تلاميذ لم أميزهم.. نظروا إلي مندهشين " لابسة نظارة ومش شايفة" خلعتها بسرعة وبحثت عن أسامة.. درت بعينيي في الفناء كله و لدهشتي وجدته في الناحية الأخرى من الفناء.. الناحية التي كنت بها قبل أن أبحث عنه فيها . دق جرس المدرسة معلناً بدء الطوابير الصباحية جريت إلى أسامة وجذبته من يده.
" تعالى نقف في آخر الطابور."
كل التلاميذ التفتوا إلينا.. كانوا مندهشين ليس لوقوفنا في آخر الطابور بل لأننا لم نكن نسمح لأحد بأن يقف في أول الطابور.. هذه المرة تنازلنا.
" أسامة.. إيه رأيك في النظارة.. شكلي كده أحلى صح."
" شكلك عامل زي العفريت."
" إيه.. أنا لابساها عشانك."
"عشاني أنا.."
احترت ولم أدر ماذا أقول. لم أكلم أسامة طول اليوم, خاصة بعد أن سمع الولد الذي يقف أمامنا كلمة عفريت وصار يناديني بها.. يا عفريت.. يا عفريت.. وأيضاً بعد أن بدأ بقية التلاميذ ينادوني يا أم أربع عيون يا عفريت بأربع عيون وأسامة يضحك معهم عليّ.. أنا شعرت بخيبة أمل مضاعفة.
" تلعبي "ملك ولا كتابة". "
" لأ "
" تلعبي "الأسماء".
" لأ "
" طب "عريس وعروسة".
" آ.. لأ "
" أنا مش هلعب خالص مش أنا عفريت وبأربع عيون."
" أنت زعلت.. أنا كنت بهزر معاكي والله."
" برضه لأ."
" طب أصالحك أزاي."
" تبوسني.."
"ابوسك.. أنت عايزة الميس تزعق لنا تاني."
"الميس زعقت لي أنا مش أنت."
" لا يا ستي ما ليش دعوة."
"أنت جبان."
الكارثة وقتها هي أنني لم أستطع خلع النظارة مطلقاً.. ولم أستطع أبداً إخبار أبي بالحقيقة.. ماذا أقول له.. أنا أحب تلميذ معي في الفصل لابس نظارة عشان كده أنا لبست نظارة فعشان كده قلت إني بشوف الحاجة اتنين انتهى الأمر سأظل أرتديها مدى حياتي.
كنت كلما أحاول الجلوس بدونها في البيت يشخط أبي في ويأمرني بارتدائها.
" أنا مش قلتلك ما تقلعيش النظارة أبداً أنت عايزة تتعمي."
أضعها على عيني دون مناقشة.. وأحاول النظر.. إلى أن اعتادت عيناي النظر بتلك الطريقة المشوشة.. وصرت بعد سنوات لا أستطيع أن أرى الأشياء بدونها.. وبدأت أحسد أسوياء النظر على استطاعتهم الرؤية دون وساطة. ثم ظهرت العدسات اللاصقة.. كم كانت دهشتي عندما لصقتها بعيني ورأيت.. رأيت رؤية مباشرة وواضحة جداً لأول مرة منذ سنوات طويلة.. إحساس مختلف تماماً. لم أصدق أنني أرى بهذا الوضوح.. وبهذا القرب دون نظارة تضغط على أنفي وتشوه وجهي, لم أصدق أنني أستعدت الرؤية السليمة التي تنازلت عنها لسنوات طويلة لأسامة.
الخـاتمة:
والآن وبعد أن كبرت وأصبح لي الحق في ألا أضع هذه النظارة على وجهي وأن أخلع العدسات اللاصقة وقتما أشاء.. أن أترك بصري يجول كيفما يتراءى لعيني.. أنظر إلى الأشياء برؤية جديدة.. برؤية عينين قصيري النظر.. الأشياء تأخذ حيزاً أكبر من حيزها الواقعي.. حوافها غير محددة.. متداخلة مع بعض.. بمعنى أدق "سايحة على بعضها".. واكتشفت أن قصر نظري أتاح لي التمتع برؤية درجات لونية لا نهاية لها بل أحياناً أرى ألواناً قد لا يكون لها وجود في الواقع, و أصبحت أغتبط كثيراً عندما أكون بلا نظارة أو عدسات وأسأل شخصاً هل ترى ما أرى؟ فيجيب بلا.. حينئذ أشعر أنني أرى أكثر من الآخرين أسوياء النظر.. وأشعر بانجذاب أكثر إلى قصيري النظر.. هؤلاء الذين يرون الأشياء تقريباً مثلما أراها.

آلو 140 دليل

140
دليل, آلو

منى برنس

كانت الدكتورة م. تعتقد بما يشبه اليقين أن شهر أغسطس هو ألطف شهر من شهور الصيف و أن يونيو أسوأها. إلا أن حرارة و رطوبة الأيام الأخيرة, و التي لا يستطيع خبراء الأرصاد الجوية التنبؤ بانخفاضها, قد أثبتتا خطأ اعتقادها. و لم يكف القاهرة رياح الصحراء القادمة من المملكة الشقيقة التي ألهبت جلودنا, بل كان ينقصنا حريق مجلس الشورى, و ما قيل عن حرائق أخرى " محدودة" بمجلس الشعب, الجمعية الجغرافية, بنك ما, و مجمع التحرير, كي ترتفع درجة الحرارة لتصل الى الغليان, اضافة الى التلوث !
الدكتورة م. تشعر بالاختناق, و تفكر جديا في تمضية بقية العطلة في مكان بارد. تفتح الأطلس الجغرافي القديم الذي أهداه لها والدها في عيد ميلادها السابع. لا تزال تفضل هذا الأطلس على غيره رغم النقص الذي يشوبه الآن بعد أن زالت دول و ظهرت غيرها لا تعرف مواقع معظمها. تبحث بين معلوماته المبسطة و خرائطه الكبيرة الملونة عن الأماكن التي تنعم بالشتاء في مثل هذا الوقت من العام. أمريكا الجنوبية. لطالما رغبت في زيارة بلدان تلك القارة. لكن ظروفها المادية لن تمكنها أبدا من القيام بتلك الرحلة حتى لو باعت كل شيء تملكه بما في ذلك جسدها. تتذكر أن لها صديقا يعمل و يسكن في كوستاريكا. تبتسم و هي تتذكر ذلك الصديق الذي فضحها أمام العائلة و الجيران من فرط فخره بتقدمه في دراسة اللغة العربية التي كانت الدكتورة م. تدرسها له. لا تزال تحتفظ بتلك الرسالة الغرامية المنمقة ذات الخط الجميل التي أرسلها ذلك الصديق في ظرف من تلك الظروف التي لا تلصق. مع اهمال موظفي مكاتب البريد, جاءت الرسالة متدلية من الظرف تغري كل من يتناولها بقراءتها الى أن وصلت في النهاية الى يد الكتورة م. بعد أن قرأها البواب, و بعض الجيران, و أفراد عائلتها.
تبحث في الأجندات المكتبية المختلفة المتناثرة بأرجاء المنزل عن أرقام هواتف سفارة كوستاريكا. لا ترى اسم السفارة مدرجا. تنتبه كذلك الى أن الأجندات لم تطور معلوماتها عن أرقام الهواتف المعمول بها حاليا. ستضطر اذن الى ما لابد منه. الاتصال بالدليل و التزلل لعاملات التلفون اللواتي تتمنى لو يصبن بالخرس فلا تضطر أبدا لسماع تلك الأصوات البشعة التي لا تنم الاعن كره صاحباتها لعملهن, و لأنفسهن, و للبشرية جمعاء.
تنظر الى ساعة الحائط, بعد الواحدة ظهرا بخمس دقائق.
تتصل الدكنورة م. ب 140 و بحركة لا ارادية تبعد سماعة الهاتف قليلا عن اذنها اليسرى حتى لا يصيبها الصوت الحاد الذي سيرد. صوت الجرس يرن, مرة, مرتان. تبدأ الدكتورة م. بالنظر الى السقف و التأفف. ثلاث مرات , أربع مرات.. ربما ذهبت الموظفات للصلاة و تركن عملهن. " استحالة أن يتقبل الله صلاتهن و هن يسئن معاملة الناس, استحالة !" رغم أن الدكتورة م. لا تحب عادة اصدار أحكام على الآخرين, الا أنها لا تستطيع التعامل بحياد عندما يتعلق الأمر بموظفي الحكومة و ما تبقى من القطاع العام, خاصة النساء منهم. تهم باغلاق الخط, لكنها تسمع صوتا شبابيا مرحا..
" مساء الخير, أحمد السيد مع حضرتك.. تحت أمرك.."
الكتورة م. تتخض, و تقرّب السماعة من أذنها ثم تلصقها بها تقريبا.
يعيد الصوت الشاب نفس الجملة..
تضع الدكتورة م. السماعة على عجل و تغلق الخط باستغراب. " أكيد أنا طلبت الرقم غلط. " كل موظفو الدليل حسب خبرتها المريرة من النساء اللواتي لا يحيين أحدا أبدا و لا يردن على أي تحية.
تتصل بالدليل مرة أخرى...
" آلو مساء الخير, معاك عبير أنور, في خدمتك... "
ترفع الدكتورة م. حاجبيها دهشة. يكرر الصوت البناتي نفسه, و عندما لا ترد الكتورة ينغلق الهاتف بهدوء.
ما الذي حدث؟ تتساءل الدكتورة م. 140 دليل بيقول مساء الخير !! " تحت أمرك... في خدمتك... مش " أيوة " التي كانت تخرق طبلة الأذن و التي كانت تعني " عاوز ايه " أو " عاوزة ايه " و كأنك تشحت الخدمة !! لا تصدق الدكتورة م. هذا التغيير. هل تكون أخطأت في ضرب الرقم. لكنه ثلاثة أرقام فقط, 140 واحد أربعة صفر.
تتردد قليلا ثم تطلب الرقم ثانية.
" آلو مساء الخير, نسرين صبري مع حضرتك يا فندم..."
" آلو.." ترد الكتورة بتوجس.
" تحت أمرك يا فندم."
" 140 دليل؟"
" أيوة يا فندم.."

من دهشتها, و ربما فرحتها بهذا اللطف و التهذيب المفاجئين, نسيت الدكتورة م. سبب اتصالها بالدليل. تتلعثم قليلا ثم تستعلم عن أول ما ورد على بالها " الاسعاف."
" الاسعاف يا فندم؟"
" أيوة."
" 123. واحد اتنين تلاتة"
" شكرا ."
" شكرا يا فندم على اتصالك ."

و كمان بيقولوا " شكرا " دلوقت, و بينطقوا الرقم رقم رقم و بالراحة, مش بيدلقوه كمقاطع و بسرعة فتضطر تقول ايه, و طبعا مش هتسمعه تاني..." الأغرب أن الموظفة لم تغلق الخط بعنف كالمعتاد في وجهها, بل حولتها الى الاسعاف مما اضطر الدكتورة م. الى أن تغلق الخط سريعا.
تضرب الدكتورة م. كفا بكف و هي لا تزال واقعة تحت التأثير السحري لهذا الذوق و الأدب غير المتوقعين بالمرة. لكنها في ذات الوقت تتساءل عما حل بالحرس القديم الذي لم تره مباشرة , و لكنها تكاد تجزم بأنهن يشبهن أولئك الموظفات ذوات الوجوه العابسة و الحانقة دوما في مكاتب البريد, اللواتي لا يناولنك أبدا ما تريد أو يضعنه بهدوء على البنك الفاصل بينك و بينهن, بل يلقين به تقريبا في وجهك, و بتأفف, مع التأكيد على اشعارك طوال الوقت بأنهن يستطعن تعطيل مصلحتك و جعلك تروح و تجيء يوميا الى ان يتعطفن و يتكرمن بانهاء تلك المصلحة خصوصا اذا كانت تتعلق بدفتر توفير أو حوالة مالية أو صرف المعاشات . أين ذهبن هؤلاء النسوة الشريرات؟ هل تمت احالتهن الى المعاش المبكر, هل تم تحويلهن الى أعمال ادارية أخرى لا يتعاملن فيها مع الجمهور بشكل مباشر, فيستغلين الوقت المخصص للعمل في تقشير الخضروات و تبادل طرق تحضير الطعام أثناء النميمة على بعضهن البعض. و من أين أتى دليل التلفون بهؤلاء الشباب و الشابات المهذبات. لابد أنهن تلقين دورات تدريبية متخصصة. تبتسم الدكتورة م. لنفسها و هي ترى أن اللطف و التهذيب لا يحتاج الى دورات. لكن موضوع التحية حيرها. لم يعد أحد تقريبا في مصر يستخدم " صباح الخير" و " مساء الخير " معظم الناس يلقون ب " سامو عليكو " كمن يلقي بماء نار على الوجوه دون أي احساس حقيقي او تمن بالسلام و الخير.
تحاول تخيل هؤلاء الشباب الجدد. لا بد أنهم شباب يرتدون قمصانا و بنطلونات و رابطات عنق من هؤلاء الذين تراهم أحيانا في عربات المترو, شعرهم لامع و مصقول بفعل الجيل, و يتصببون عرقا من حر الازدحام و الالتصاق المقصود و غير المقصود ببعضهم البعض. طيب و الفتيات؟ كيف يبدون؟ هي لا ترى سوى تلك الفتيات اللائي يفرقعن الضحكات عمال على بطال بما يتفق تماما و عشوائية ملابسهن و التي بدورها لا تتفق مع ما هو مفترض أنه حجاب, و المنقبات اللائي يمسحن زبالة الشوارع بزيل جلابيبهن, رغم أن النظافة من الايمان !! هل هؤلاء الذين يردون بهذه اللياقة هم أنفسهم الذين يصرون على قراءة القرأن الكريم بصوت عال و تلحين خاصة إذا صادف وجود مسيحيين بالقرب منهم؟ هل يعانون من الشيزوفرانيا؟ لا تستطيع تخيلهم مع ذلك أبناء الطبقة "الراقية", ففي نهاية المطاف هم عمال و عاملات تلفون, و غالبا ذوو مؤهلات متوسطة, و أبناء و بنات الطبقة "الراقية" مكانهم البنوك و الشركات الأحنبية, هذا إذا كانوا يعملون من أصله, و لا تراهم بالشوارع أو عربات المترو, بل يختفون وراء الزجاج الغامق لسياراتهم الفارهة.
أخيرا تتذكر الدكتورة م. رغبتها في السفر الى كوستاريكا, و أنها لم تحصل بعد على رقم الهاتف الخاص بسفارتها. ترفع سماعة الهاتف و هي تدندن و تتصل ب 140 دليل.
" آلو, مساء الخير يا فندم, معاك محمد مصطفى... تحت أمرك..
" مساء الخير.. ممكن رقم سفارة كوستاريكا .."
" ثواني حضرتك, من فضلك خليكي عالخط.."
موسيقى !!
" أيوة يا فندم, متأسف ما فيش تلفون لسفارة كوستاريكا, تاخدي حضرتك تلفون بنما, الدولة اللي بعدها؟ "
تقهقه الدكتورة م. و هي تسمع عرض الموظف, و تتذكر الجملة الشهيرة لفؤاد المهندس في مسرحية " سك على بناتك " , " بلاها نادية خد سوسو "
" لأ شكرا, أنا عايزة كوستاريكا "
" متأسف يا فندم بس هي غالبا مالهاش سفارة, لأنها دولة صغيرة. "
لم تشأ ان تجرح مشاعره و تخبره بأن هناك دولا أصغر من كوستاريكا بكثير و لها سفارات.
" ما فيش مشكلة, شكرا "
"شكرا يا فندم على اتصالك في أي وقت."

رغم كل شيء, لا تزال الدكتورة م. تقدر في المصريين رغبتهم في افادة الغير حتى و لو عن جهل, و هو الأمر الذي يجعلها تبتسم رغما عنها. حالة المرح التي أصابتها جراء الاتصال بالدليل " الجديد" جعلتها تتصرف بصبيانية. أعجبتها اللعبة, فأخذت تتصل بالدليل و تطلب أرقام هواتف أي شيء يخطر على بالها.
" آلو مساء الخير..معاك علا طاهر.. في خدمتك يا فندم.. "
" آلو مساء الخير, معاك عادل لبيب. اؤمريني حضرتك..."
" آلو مساء الخير, معاك ميرفت كريم... تحت أمرك يا فندم... " الى ان نسيت الحر و الرطوبة و كوستاريكا و " سامو عليكو ", " 140 دليل, آلو " و لم تعد تذكر الا شياكة الخصخصة.